Specialità gastronomiche – Culto

A SAN MAMET I MORON FAN L’UGA

Poveri, vecchi abitanti di Affori! Li chiamavano sgraviscioni (rapinatori, da sgravisc, la radice del cavolo, che si estirpava con veemenza) d’Afer. Infatti ad Affori i ladri erano molti. Per forza: un chilo di sale costava come quattro mesi di paga di un operaio! Molti afforesi invece erano socialisti, soprattutto gli uomini, fin dai tempi di Garibaldi, le donne invece erano per lo più bigotte. E naturalmente a volte cercavano di intralciare l’attività politica dei mariti e dei figli. In proposito si racconta di una madre che in giorno aprì casualmente una lettera indirizzata al figlio e vi trovò le istruzioni per partire con i Mille. La donna, colta da timor di Dio, non gliela consegnò, cosicché il giovanotto, venuta a sapere la cosa da amici, si precipitò a Genova, ma dovette accontentarsi di vedere il profilo dei piroscafi all’orizzonte. Erano i tempi in cui il prete, o il catechista, con la dottrina insegnava anche a leggere e a scrivere, un monopolio che cessò proprio con l’Unità d’Italia, quando fu istituita la scuola elementare di Stato, presto ribattezzata, in tutto l’alto milanese, scoeula romana (espressione oggi desueta).

Per apprendere la dottrina si andava a San Mamete, l’oratorio campestre di via Bovisasca, dove abitava un eremita, al quale i ragazzini, mentre cantavano le lodi della Madonna, levavano anche i pidocchi, senza farsi troppo scrupolo per le bestioline. «Lasciatele vivere – imprecava il brav’uomo – che son creature di Dio!»

Il vecchio si mostrava amico di tutti, perfino dei garibaldini, che a volte ricambiavano le sue raccomandazioni da uomo di fede con commenti salaci:«Uhei lazaron, va a lavorà, e minga fat mantenee di òlter!».

Il prato accanto a San Mamete nel 1855 aveva ospitato anche il lazzaretto dei colerosi: per non estendere il contagio, ai parenti era consentito entrare soltanto con gli zoccoli (all’epoca infatti si girava a piedi nudi).

La notorietà della chiesetta era però dovuta soprattutto a un gelso (moron), vuoto all’interno, al punto che l’eremita avrebbe fatto crescere una vite nell’incavo. Secondo alcuni invece l’albero avrebbe dato delle more straordinariamente grosse. Fatto sta che ancora oggi ad Affori, per mandare qualcuno al diavolo, si usa dire: «Uhei, guarda che a San Mamet i moron fan l’uga».

PERITT E ANGURIE

Il giorno di ferragosto, anche se non era domenica, si andava a messa a San Mamete, una vicina chiesetta di campagna, dove per l’occasione erano state allestite alcune bancarelle di peritt (pere piccole) e angurie, conservate, queste ultime, nelle fresche acque della roggia Garbòeugiola. Per Natale invece non si rinunciava alla carsenza, un dolce fatto con farina di segale e di frumento e frutta di stagione (uvetta, mele, pere, fichi secchi). La sagra di Affori era poi la più grossa di tutti i comuni vicini. Cadeva l’ultima (oggi la penultima) domenica di settembre. La vivacizzavano le figlie di mais applicate sul legno dei portoni e i fiori di carta velina colorata incollati su carta bianca, che le ragazze avevano confezionato la sera prima, ma a ravvivarla erano soprattutto le bancarelle di dolciumi in viale Affori e le giostre sui prati di via Pellegrino Rossi. Alle 10 di mattina aveva luogo la messa grande, al culmine della quale, sulla volta della chiesa, si dava fuoco a un pallone di carta, simbolo del martirio e grande attrattiva per i bambini. Per gli afforesi però la sagra era soprattutto la gustosissima «torta paesana» o torta de lacc, un amalgama, un po’ lievitato, di pane, latte, burro, uova, biscotti e cioccolata in briciole, farina, pinoli, uvetta, presente, con qualche variante, in altri paesi dell’alto milanese, ma sconosciuta nella vicina Novate.

Luca Sarzi Amadì
(da “Milano in periferia”, ed. Mursia 1991)