Sfogliando l’album dei ricordi – Culto

Sfogliando l’album dei ricordi

Siamo ospiti della Teresina Terragni. Intorno al tavolo ci sono anche due altre signore. Un ricordo tira l’altro, ognuna aggiunge un particolare. Si sfoglia insieme l’album dei ricordi: foto di nozze, con l’altare addobbato per la cerimonia, l’edicola della Madonna, con la statua della Pietà che per lunghi anni ha occupato la nicchia.

Edicola della Madonna nella chiesa di San Mamete in Via Chiasserini

A proposito dell’edicola, vengo a sapere che i nomi incisi sulle lapidi non riguardano soltanto i caduti di guerra, affidati all’intercessione della Madre di Dio. Nel 1952 si era verificata una tragedia, in via Chiasserini: a pochi metri dalla chiesetta, a causa di una fuga di gas, era crollato un edificio, facendo 13 vittime. Ci sono anche i loro nomi, sotto la statua dell’Addolorata. Il primo a giungere sul luogo del disastro – i superstiti non l’hanno dimenticato – fu proprio mons. Tognola, parroco di Affori, da cui ancora dipendeva San Mamete: era stato talmente sollecito, da precedere persino l’arrivo dei soccorsi.

Alla figura di mons. Tognola vengono associati gli altri sacerdoti che, prima della costituzione della parrocchia di San Filippo Neri, avevano avuto cura d’anime intorno a San Mamete: da don Paolo Redaelli, che in seguito sarebbe diventato prevosto della Comasina, a don Alberto Rozzoni, poi parroco di Malnate e infine monsignore in Curia, entrambi coadiutori di Santa Giustina. Di don Alberto, in particolare, apprendo che ha lasciato dei bei ricordi. Per l’Immacolata, ad esempio, faceva preparare nella trattoria adiacente alla chiesa la cioccolata calda per i bambini. È a lui, inoltre, che si deve l’iniziativa del teatro. Per la festa patronale, poi, don Alberto organizzava delle gare di corsa, cui partecipavano i giovani più vigorosi del luogo. Naturalmente, si correva per la gloria. Una volta, al primo che aveva tagliato il traguardo furono offerti i fiori dell’altare; sennonché, non essendo proprio freschissimi, il vincitore si trovò tra le mani anche la melma che avevano fatto in fondo al vaso. Il Venerdì Santo la processione si snodava per le strade del rione, con sosta e predica alle varie stazioni.

Ma soprattutto di don Alberto si ricorda che negli anni difficili del dopoguerra, di scontro ideologico infuocato, egli era riuscito ad attirare molti uomini che avevano simpatie o magari anche la tessera comunista. Andava a incontrarli anche all’osteria. E quel che più conta, dava prova con l’esempio di attaccamento e di amore generoso alla sua gente. Più di una volta – mi raccontano con una punta di commozione – si era privato del cibo, per sfamare il povero che gli chiedeva da mangiare o la famiglia che sapeva in difficoltà. Amava ripetere, in questi casi, con molta semplicità, che «chi dà ai poveri dà a Dio».

A quell’epoca nella chiesetta si celebrava solo la Messa domenicale, mentre per il catechismo e i sacramenti si doveva andare in Santa Giustina. Dopo don Alberto, era stato mandato padre Silvio, un frate minore che veniva dal convento di Sant’Antonio. L’arrivo di don Giuseppe Lazzati, nel 1957, diede nuovo impulso alla vita pastorale della Bovisasca, specie dopo che San Mamete, pur restando sotto Affori, diventò vicarìa. La popolazione era venuta aumentando e dal 1956 finalmente era stata portata l’acqua potabile. Nella chiesina si cominciarono a recitare anche vespri e compieta. Don Giuseppe fondò un circolo Acli, con incontri mensili di formazione, e cominciò la stampa di un informatore, che s’intitolava «Ore serene». «Comunità d’amore» sarebbe venuta dopo, con don Piero Uggeri e la promozione della Bovisasca a parrocchia. Peraltro, anche dopo l’arrivo di don Piero, ai primi tempi, quando la Messa si diceva ancora nella baracca, alle villette, si era continuato a celebrarla, la domenica, anche in San Mamete. Siccome la gente era cresciuta di numero e il vano della chiesa non era grande abbastanza per contenere tutti i fedeli, i bambini venivano sistemati dietro l’altare, nel piccolo coro, mentre gli uomini trovavano posto in sacrestia, dove c’era anche il confessionale.

Don “Prepunta”, come affettuosamente veniva chiamato don Giuseppe dai suoi fedeli, perché era ben pasciuto, abitava alle villette. All’inizio anche lui era coadiutore di Santa Giustina, e questo spiega la presenza alla Bovisasca delle suore poverelle del beato Palazzolo, le stesse che operavano in quel di Affori, dove avevano una casa a Villa Litta. Più avanti verranno invece le suore di Santa Marta. La loro presenza era limitata alla domenica per l’oratorio, mentre il catechismo settimanale era già allora affidato ai laici. Come locali per le varie iniziative si utilizzava la sacrestia e quella che era stata l’abitazione del sacrestano. Anche i volti dei sacrestani e delle rispettive famiglie, che hanno custodito negli anni la chiesetta e apparecchiato per le funzioni, sfilano in questa carrellata di ricordi: i Santambrogio, i Fiorani, i Martinelli, fino all’indimenticabile Bruno.

L’impiego di bambine come chierichette, per il servizio liturgico, non è una novità, dalle nostre parti: già all’epoca di don Giuseppe, quando si andava in giro per le benedizioni natalizie delle famiglie, ad accompagnare il vicario erano sempre Marina Terragni e Mariangela Cesana, con turibolo e navicella.

Tra le donne di allora merita una menzione speciale anche una vecchietta, Natalina Dell’Orto. Seduta sempre sulla prima panca, davanti alla balaustra, ce la metteva tutta a cantare, ma era stonata come una campana. Ma tutti le volevano bene e le portavano rispetto. Aveva perso un figlio il 16 marzo 1945, fucilato insieme ad altri due giovani partigiani durante una rappresaglia. Finita la guerra, poche settimane dopo una persona le aveva detto, per consolarla: «Ha visto, Natalina? Anche gli uccisori di suo figlio sono stati giustiziati». Ma lei non se ne era rallegrata affatto, perché – aveva risposto – «anche loro hanno una mamma che adesso li piange».

Pino Langella
(da «Comunità d’amore», novembre 2001)