Racconto di Mario Soldati – Agiografia

Qualche chilometro dopo Taverne, e per chi sale da Lugano sulla sinistra, già altre volte avevo notato una chiesa di pietra grigia staccarsi sul fondo, secondo la luce, azzurro o bruno di monti alti e scoscesi, isolata, quasi adagiata in mezzo a vasti prati piani o appena digradanti. Il campanile romanico, snello, schietto, e la forma bizzarra del pronao a tetto sporgente, inclinato, rapidissimo, già mi avevano colpito con la loro eleganza ruvida e rustica. E se il segreto, mi dicevo, di ciò che gli storici dell’arte chiamano sublime non fosse poi troppo lontano dall’incanto semplice e perfetto di questa piccola chiesa ignota? Se la bellezza misteriosa e conclamata di certi monumenti della Grecia arcaica non fosse troppo diversa?
Da tanti anni, ormai, avevo abbandonato gli studi di storia dell’arte: e capivo che soltanto un erudito appassionato avrebbe saputo rispondere a tali domande.
Così riflettendo sospiravo, e continuavo la mia strada verso Locarno, volgendomi indietro a guardare il campanile romanico fino all’ultimo momento: finché spariva nel verde a uno svolto della valle.

Ma questa volta no. Ero solo in macchina, questa volta. Solo con l’autista, e potevo fare quello che volevo. Dissi dunque di rallentare, poi di fermare. Un viottolo di terra battuta conduceva verso la chiesa, e verso un piccolo gruppo di case che si intravvedevano più indietro e più alte, quasi al piede della parete montuosa. Un piccolo cartello e una freccia: Mezzovico, chiesa di San Mamete (sec. XIV).
Ricordavo altri due San Mamete. Tutti e due nel braccio orientale del Ceresio: uno in Val Solda e l’altro a Claìno sopra Osteno, presso il grande bosco della Merlata. Dicono le leggende che San Mamete fosse un pastorello di Cesarea in Cappadocia, perseguitato dall’imperatore Aureliano verso la fine del terzo secolo. “Le bestie anche selvagge venivano da lui: egli leggeva loro il Vangelo, e le bestie lo ascoltavano fin tanto che egli le congedava. Allora, tutti i maschi se ne andavano subito: le femmine si lasciavano prima mungere, anzi fin tanto che egli non le avesse munte non si allontanavano… I pagani lo accusarono come mago. Fu arrestato. Fu condannato alle belve. Ma un’orsa venne a lambirgli i piedi. Un leopardo con la lingua gli tergeva il sudore. Venne infine il leone che gli aveva fatto compagnia sul monte e uccise una massa di pagani nel palazzo del Preside. Un secondo leone nel circo gli lambì i piedi. La folla inferocita lo lapidò. Di sotto le pietre San Mamete uscì illeso. Ma chiese al Signore che lo facesse entrare nella sua pace. E dopo aver pregato per i suoi persecutori, migravit ad Dominum. I Cristiani lo seppellirono.”
Fu scelto a patrono di località montuose, solitarie e selvagge: là dove gli abitanti erano tutti pastori. La festa è il 17, o il 19 di agosto.
Ero giunto in prossimità della piccola chiesa, quando vidi venirmi incontro festosamente un cane pezzato, bianco e ruggine. Era Tabacco, il bracco-pointer del mio amico Guglielmo Marietti, architetto e cacciatore.
Guidato da Tabacco, attraversai il portichetto del pronao; ed ecco, nel mezzo di un tranquillo rettangolo verde che il corpo della chiesa fino allora mi aveva nascosto, ecco lo stesso Guglielmo: vestito di tutto punto da cacciatore, ma con in mano, invece del fucile, tavolozza e pennelli. In piedi davanti a un cavalletto, stava ritraendo su un’assicella oblunga, l’abside e una fetta di paesaggio verso Taverne.
Ci abbracciammo. Un rapido calcolo: erano quasi tre anni che non ci vedevamo. Lui sempre a Milano, io sempre a Roma, erano successe tante cose, a lui e a me. La più grave a lui. Celibe impenitente fino a quarantacinque anni, improvvisamente, qualche mese fa, aveva preso moglie. Lo avevo saputo, gli avevo inviato i miei auguri e il mio regalo di nozze ma non mi ero spiegato l’avvenimento rivoluzionario, così contrario a tutto quanto conoscevo di lui, e ne ero ancora stupito, anzi curioso.
La mia curiosità era tale, che non riuscivo, neppure nell’entusiasmo di quell’incontro quasi magico, a nascondere un certo imbarazzo.
«E tua moglie, dov’è?» dissi quasi subito, guardandomi intorno, sicuro di vederla sbucare da qualche parte, magari con una macchina fotografica a tracolla e un mazzo di primule e ciclamini tra le mani.
«Diavolo, è rimasta a Milano!» rispose Guglielmo con la sua franca risata lombarda. «Sono domande queste? Va bene che sono sposo novello, ma vuoi che porti la moglie a caccia?»
Gli feci osservare che lui era vestito da cacciatore e aveva con sé il cane: ma non vedevo il fucile, e non mi pareva a caccia.
Dopo un momento di esitazione, posò i pennelli e mormorò: «Vedi, è un’abitudine che le ho dato fino dalle prime settimane. Ogni domenica parto la mattina alle cinque, col fucile e tutto, come per andare a caccia. Ma poi, passo allo studio, prendo la cassetta dei colori e il cavalletto, e vedo: secondo la giornata, il tempo, l’umore… tante volte, invece di andare a caccia, vengo qui: faccio qualche schizzo, butto giù qualche impressione di questa chiesetta.»
Avevo visto nel suo studio piccoli paesaggi, abbozzi ad olio e a matita..Quindi non mi stupii.
«Piuttosto» dissi «perché passare il confine e venire addirittura in Svizzera? Questa chiesa è stupenda, lo so. Ma ci sono paesaggi altrettanto meravigliosi in Brianza, sul lago di Como, sul Maggiore…»
«Non hai capito» fece togliendosi il cappello e scoprendo la sua aureola di capelli ancora biondissimi. «Io, non è che cerco di passare il tempo con qualche disegnino o colorino più o meno azzeccato. Io, da quando mi sono sposato, vengo il più sovente possibile proprio qui, a Mezzovico. E disegno o dipingo sempre, da vari angoli, in vari modi, questa medesima architettura. Finché mi stancherò. E quando mi stancherò non ci verrò più, si capisce. Ma per ora mi diverto… mi diverto moltissimo… Scusa, eh? Cinque minuti, e per oggi ho finito. Poi facciamo colazione assieme. Al Gambrinus a Lugano va bene?»
Prese i pennelli, e ricominciò a dipingere. Dissi: «Ti do fastidio se guardo?»
«Figurati.»
«Sul serio?»
«Te lo direi, no?»
Così tacqui. L’aria era serena, né calda né fredda, appena mossa da una brezza profumata. Tabacco correva felice nell’erba. Si udiva, nella tranquilla pace della valle, soltanto il fruscìo delle macchine sulla strada lontana. E adesso, forse da Taverne, o forse dalla parte opposta, da Sorencino, un diffuso scampanìo. Guardai l’ora. Quella parrocchiale, benché svizzera, sonava l’Angelus con un anticipo di dieci minuti.
«Guglielmo» dissi improvvisamente, e quasi sbadatamente, per mascherare in qualche modo la mia curiosità. « Come mai ti sei deciso tutto di un colpo a prendere moglie?»
Rispose senza voltarsi: ma anzi, alzando lo sguardo verso la chiesa con le palpebre socchiuse a forza, il più possibile, così da lasciar passare appena un filo di luce:
«È stato per colpa di questa chiesa. Ecco perché mi sono sposato.»

Mi era sembrato pazzo. Due ore più tardi, in un box del Gambrinus, con parecchi terzi di fendant, avevo la spiegazione. È quasi un apologo. Riassumo.
Dunque, Guglielmo era sempre stato un coureur, e questo lo sapevo. Quello che non sapevo era che, da qualche tempo, ormai, era stanco di correre, e aveva deciso di prendere moglie. Ma chi? Quale delle sue successive, o anche contemporanee amiche?
Quasi senza accorgersene, aveva avuto una trovata: sottoporre le sue amiche, vecchie e nuove, tutte quelle, insomma, che ancora gli piacevano, a una specie di provino. Le portava per il week-end a Lugano. Qualche volta partivano il sabato sera, se la ragazza poteva passar fuori la notte. Se no, la domenica mattina. In ogni caso, la gita finiva con una buona colazione al Gambrinus. E, dopo la colazione, con una breve gita fino a Mezzovico, davanti al sagrato della chiesa di San Mamete.
Guglielmo adorava (è la sua parola) quella chiesa. Ripensandoci, mi ricordai che era stato lui il primo a parlarmene: non per altro, l’avevo notata; non per altro, quel giorno, mi ero finalmente deciso a fermarmi e a vederla da vicino.
Ora, Guglielmo aveva detto a se stesso: sposerò, di tutte queste ragazze, quella che davanti alla chiesa di San Mamete reagirà meglio. Sono, di nuovo, parole sue. È un architetto, non un letterato. Ma, insomma, intendeva: sposerò quella che mostrerà di capire, o almeno di sentire meglio la bellezza di questa architettura per me sublime.
E qui, il racconto: la sfilata di una decina di ragazze. Come reagivano? Bene, tutte, anzi benissimo. Tacevano, per lo più, ammiravano. Due o tre, le più colte, erano sincere nell’ammirazione. Altre cercavano, per buona educazione o per vanità, di nascondere la propria noia. Una, addirittura, si esaltò: e cominciò a mandare certi urli che Guglielmo per poco non cambiava parere, e non prendeva in uggia la sua cara chiesa. Infine, ce ne fu una, l’unica e l’ultima, che ebbe una reazione assolutamente imprevista. Si rifiutò di scendere dalla macchina e guardò la chiesa così, da cento metri di distanza, per pochi secondi. Poiché Guglielmo insisteva, coprì lui, e la chiesa, e l’architettura tutta quanta e le montagne e i laghi e la Svizzera, di orribili, irripetibili contumelie, dimostrando di odiare ferocemente tutto ciò che Guglielmo più amava. Del resto, era una ragazza giovane, bella e simpaticissima. Jugoslava, e mannequin.
«Peccato» mormorai.
«Peccato, sì » ripeté Guglielmo. «Perché ho sposato proprio lei.»

Per un istante, rimasi senza fiato: Mi ripresi, e dissi:
«Ma, allora, vuol dire che, per tutto il resto, andate molto d’accordo. Vuol dire che sei felice. No?»
Guglielmo scosse il capo, con le labbra strette e sorridenti, negando. Gli occhi azzurrissimi, tuttavia gli sfavillavano più del solito.
«San Mamete» aggiunsi scherzando «è forse il protettore dei matrimoni sbagliati.»
«No» rispose lui, pronto. «Se vedi la pala d’altare della chiesa di Val Solda, San Mamete è raffigurato tra pecore, capre, lupi, orsi, tigri e leoni. È protettore di bestie di tutti i generi. Comprese le belve.»
«E comprese certe mogli» conclusi ridendo.
«Si vede di sì» sospirò Guglielmo. Ma di nuovo gli occhi azzurri gli sfavillavano come se, circondato dalle belve che la sua bionda presenza faceva manse e quete, il vero San Mamete non fosse altri che lui.

25 aprile 1959

(da: Mario Soldati, 55 novelle per l’inverno, Mondadori, Milano 1971, pp. 713-718).