Le case e la vita intorno a san Mamete – Culto

Chiudete gli occhi per un momento e provate a immaginare che i grandi condomini, le torri, le palazzine e le villette che formano il nostro quartiere, ad un tratto, come inghiottiti dalla terra, scompaiano per lasciare posto alla campagna. Colorate di verde la vostra fantasia: poche case lungo la Via Bovisasca, altre sparse qua a là, qualche cascina in lontananza, un canale che serve per l’irrigazione, una cava di sabbia in cui d’estate i più coraggiosi fanno il bagno, una chiesina bianca nel mezzo e prati tutt’intorno, verso Novate, verso Affori, verso Quarto Oggiaro, persino verso Dergano e la Bovisa…
Ecco: questa, press’a poco, era la Bovisasca cinquant’anni fa, così come se la ricorda e me la descrive una persona che fra quei prati, quelle aie, quella chiesine e quelle poche famiglie (i Moretti, i Terzaghi, i Patti, gli Annoni, i Luraghi, i Brambilla… e naturalmente quelle dei suoi genitori: i Santambrogio e i Galimberti) è nata e cresciuta e ha trascorso, anzi, gli anni più belli della sua vita.

Io, che sono arrivato alla Bovisasca soltanto alla fine degli anni Settanta, seguo l’esposizione della signora Ester con occhi curiosi e incantati, come un bambino al quale venga narrata una fiaba, o una leggenda di epoche lontane, perdute nel passato remoto. Mi sembra di entrare, come Alice, nel paese delle meraviglie, tanto è cambiato in poco tempo il volto del quartiere, e cambiato sicuramente in peggio, perché oggi dà l’idea di un agglomerato venuto su, un lotto alla volta, quasi per caso, senza un vero piano regolatore: un quartiere di ordinaria periferia, slegato, in cui tutto sembra favorire la dispersione e l’isolamento.

Mi colpisce, per contrasto, la grande, spontanea solidarietà che regnava allora, tra quelle poche famiglie che si conoscevano tutte una ad una. Mi racconta, ad esempio, la signora Ester dei preparativi che si facevano per la festa di San Mamete, che cadeva il 17 di agosto ed era accomunata a quella di S. Rocco del giorno 16: per un mese intero ci si radunava in casa di qualcuno, la sera, per confezionare i fiori di carta e gli altri addobbi. Tutti davano una mano, anche quelli che la chiesa la frequentavano poco. La festa era una cosa semplice, alla buona, ma vissuta con fervore ed entusiasmo. Si stava attenti se eventualmente il cielo non minacciasse un temporale, perché in questo caso gli addobbi, anziché la sera precedente, sarebbero stati messi soltanto la mattina, molto di buon’ora.

Pesca di beneficenza durante una festa di San Mamete

Tra le attività legate alla festa patronale (albero della cuccagna, corsa coi sacchi, piccola fiera, ecc.) non poteva mancare la pesca di beneficenza. La signora Ester mi mostra una vecchia fotografia, un po’ ingiallita, scattata davanti ai tavoli ed ai ripiani della pesca. Mi fa notare che non ci sono due tavoli uguali. Sfido io! Venivano presi dalle case, spesso erano gli stessi tavoli da cucina, dove si mangiava! Ognuno portava quello che aveva. Ognuno ci metteva del suo, materiale e manodopera. Così si viveva: poveramente, ma con uno spirito autenticamente comunitario.

Periodicamente, i giovani allestivano delle rappresentazioni teatrali: «Anche La nemica di Nicodemi» – mi dice non senza orgoglio. «Le recite si facevano in via Bovisasca al 125, nel cortile della casa lunga che si vede dal cavalcavia, di fianco a San Mamete. Il palcoscenico veniva montato sotto il portico. Lo facevamo mettendo dei carri vicini. L’equilibrio era un po’ precario, ma insomma… andava bene lo stesso. Gli spettatori, poi, si sistemavano nell’aia. Per l’occasione, si portavano le sedie dalla chiesina, e i più vicini se le portavano da casa. Era bello. Del resto, allora non c’erano tante attrattive…».

Ma veniamo al lato spirituale della cosa, alla fede e alla devozione legate alla chiesetta di San Mamete. Chiedo proprio alla signora Ester di illustrarmele, perché lei, coi suoi genitori (il Serafino e la Pina), ha abitato nei locali della chiesetta per una buona dozzina d’anni, dal 1937 al 1950. La mamma, infatti, aveva accettato di fare la sagrestana di San Mamete. Dopo di loro, per un breve periodo, ci sarà un altro sagrestano, l’ultimo, e poi l’abbandono, come la fine di un mondo…

Mancavano gas e acqua, ma si stava comunque un po’ più comodi che nel monolocale dove la famigliola Santambrogio aveva vissuto in precedenza.

Normalmente la chiesetta veniva aperta solo di domenica, quando uno dei coadiutori di Santa Giustina veniva a celebrare la messa, a fare un po’ di catechesi e ad impartire la benedizione. Ma il mese di maggio, vi si recitava tutte le sere il rosario e la mattina, prima di andare a scuola, i bambini facevano una visitina in chiesa, il loro “fioretto alla Madonna”.

Il Parroco veniva di rado, ma sempre la domenica dopo Natale e quella dopo Pasqua. Allora, i parrocchiani di San Mamete davano fondo a tutto il loro fervore: liturgie solenni e messe cantate! Avevano anche un coro, che veniva accompagnato da un armonium, trasportato per l’occasione dalla parrocchia di Affori. Si celebrava così, come un avvenimento, la visita del Parroco tra i campi della Bovisasca.

Figuratevi, dunque, che cosa rappresentò per quella gente umile e devota l’arrivo nientemeno che del Cardinal Schuster, per amministrare la prima comunione e la cresima ad un vecchio malato che non aveva mai ricevuto i sacramenti: un evento straordinario per la piccola comunità di San Mamete, rimasto negli annali della chiesetta e stampato come un ricordo indelebile nella memoria dei fedeli che vi assistettero.

Quel giorno, la casa dei sagrestani fu trasformata in infermeria: vi furono accolti tutti gli anziani e i malati del circondario, che il cardinale benedisse uno a uno. Quindi si recò al capezzale del “catecumeno”, seguito in processione dalla piccola folla, attraversando il canale per un stretta passerella, che era l’unica via d’accesso alla casa del vecchio convertito.

Dai ricordi che la signora Ester mi partecipa, emerge l’immagine complessiva di un popolo religioso, di una fede semplice ma radicata, che ha dato anche il frutto di una vocazione sacerdotale: quella di mons. Giulio Giacometti, ora nella chiesa di S. Nazario e Apostoli. Nel farmi il suo nome, lo sguardo si illumina di gioia: anche questo sperduto lembo di terra ha saputo, in altri tempi, corrispondere alla speciale chiamata di Dio.

Ma non s’è detto tutto sulle devozione legata a San Mamete, se non si ricordano i pellegrinaggi che le donne incinte o da poco sgravate vi facevano per chiedere il dono del latte al santo patrono delle balie. Venivano da tutte le parti, dalla città come dal contado, e a volte anche da lontano. Offrivano in dono indumenti e biancheria ricamati con le loro mani, veri capi da corredo, spesso molto belli, che il giorno della festa patronale di ferragosto venivano venduti all’asta.

Pino Langella
(da «Comunità d’amore», dicembre 1993)