La vita di san Mamete

Le omelie di san Basilio e san Gregorio di Nazianzo, uniche fonti attendibili, quanto sono ricche di elogi per il martire, altrettanto sono avare di particolari. Di famiglia modesta e povera, Mamete esercitava l'umile mestiere di pastore dal quale passò alla gloria del martirio. Neanche una parola sui genitori del santo, sull'età in cui subì il martirio, sull'epoca e sul genere di questo. Solo in Gregorio vi è un accenno ad alcune cerve che si sarebbero lasciate mungere da Mamete: "Mamas ille insignis, et pastor et martyr, qui prius quidem cervas mulgebat, ad sanctum virum novo et inusitato lacte alendum certatim properantes…" (PG, XXXVI, col. 619). Ambedue si dilungano sulla popolarità del culto di Mamete a Cesarea, dove subì il martirio, e nei dintorni, culto alimentato dalla taumaturgica munificenza del martire verso i suoi devoti: egli si rivela quotidianamente potentissimo intercessore che risana le anime e i corpi, operando perfino risurrezioni di fanciulli, al punto che è considerato padre della città: "nunc autem - prosegue san Gregorio - metropolis plebem pascit, hodieque multis hominum millibus undecumque accurrentibus ver innovat, tum virtutis pulchritudine varium, tum pastoribus dignum, tum sermonibus in ipsius triumphi laudem consecratis".
A queste scarsissime notizie dei due grandi vescovi, le diverse recensioni della passio aggiungono particolari svariatissimi, spesso inverosimili, non di rado in contrasto fra loro.
La passio "enciclica" ci presenta Mamete ragazzo dodicenne affidato alla custodia del vescovo di Cesarea di Cappadocia, Taumasio. L'imperatore Aureliano (270-75) perseguita i cristiani e manda il conte Claudio con oltre quattrocento soldati ad arrestare il vescovo. Il conte e duecento soldati si convertono però al Cristianesimo e l'imperatore, impegnato in una guerra con la Persia, sospende la persecuzione.
Morto il vescovo, i pagani si sollevano, bruciano la chiesa e fanno strage di cristiani, risparmiando però Mamete a causa della tenera età. Questi però si mette a predicare pubblicamente contro l'idolatria, sennonché una voce soprannaturale gli ordina di lasciare la città e di portarsi sui monti vicini nel folto dei boschi per predicare il Vangelo alle bestie della foresta: cerca tra le rovine della chiesa incendiata un codice del Vangelo, ma non lo trova. La stessa voce gli ordina poi di raccogliere un bastone che giaceva tra le rovine e di percuotere con esso la terra che si apre lasciando apparire un codice con i quattro Vangeli che Mamete raccoglie portandoselo sul monte dove trova una spelonca in cui prende a vivere.
Trascorre la giornata in solitaria preghiera fino alla prime ore del pomeriggio, quando tutte le bestie della foresta accorrono a lui per ascoltare la lettura del Vangelo. Suo cibo è il miele che raccoglie dai favi sparsi tra gli alberi e tra le rocce e il latte delle fiere che munge e che tutte stanno con lui pacifiche, abbeverandosi a un pozzo da lui fatto miracolosamente sgorgare e non si ritirano se non dietro suo ordine. Istruito da un angelo impara anche a confezionare formaggi che poi fa pervenire ai cristiani incarcerati. Questa vita si protrae par cinque anni e sei mesi.
In capo a cinque anni l'imperatore Aureliano manda un preside di nome Alessandro, feroce nemico del Cristianesimo, che subito riprende la persecuzione. Venuto a conoscenza di Mamete e del prodigioso radunarsi delle bestie presso di lui, attribuisce il fatto a magia e spedisce subito un gruppo di soldati a cavallo per arrestarlo.
Il santo accoglie costoro amabilmente, li rifocilla coi suoi formaggi, dopodiché essi prendono un po' di riposo. Quand'ecco, all'ora consueta, la moltitudine della bestie grandi e piccole, compresi i leoni, si appressa alla spelonca, provocando il panico nei soldati che atterriti chiamano a gran voce Mamete perché li salvi. Mamete, calmatili, prende a parlare loro dell'unico Dio creatore e Signore e del suo figlio Gesù, in virtù del quale quelle bestie si erano mansuefatte, invitandoli alla conversione per non esser da meno delle bestie che pur mostravano di ascoltare la lettura del Vangelo. I soldati credono e chiedono di essere accolti nella Chiesa. Mamete risponde che a tal fine egli si accompagnerà loro e scenderà in città, così li farà battezzare e avrà la possibilità di affrontare il martirio dando esempio di costanza cristiana.
Lasciano il monte e lungo la strada incontrano il prete Cratone, fuggito a causa della persecuzione, dal quale Mamete fa battezzare i soldati. Con essi l'indomani raggiunge la città e si presenta al governatore. Alessandro apprende dagli stessi soldati la loro conversione e con rabbia sente una vibrata apologia del Cristianesimo, per cui li fa gettare in carcere in attesa delle decisioni superiori.
A questo punto vengono dati i nomi dei soldati Abdan, Dan, Niceforo, Milezio, Romano, Didimo, Secondino e Prisco. Mamete intanto è sottoposto a un serrato interrogatorio e poiché persiste irremovibile nella sua fede, è condannato a una lunga serie di supplizi (eculeo, fuoco, belve, fame, esposizione alle formiche spalmato di miele) dai quali esce sempre indenne. Tra l'uno e l'altro supplizio intercorrono più o meno lunghi periodi di orrido carcere: Mamete ne approfitta per liberare tutti i prigionieri dopo averli convertiti. Finalmente, dopo che anche i soldati che si erano convertiti per primi ed erano stati esposti con lui alle belve uscendone incolumi, furono decapitati, Mamete rende pacificamente lo spirito dopo aver predetto al preside una prossima terribile fine; come di fatto avvenne lo stesso giorno della morte di Mamete. Di lì a poco fu annunziata anche la morte di Aureliano e tornò la pace per i cristiani che elevarono una basilica sul luogo del supplizio del grande martire. "Haec greco sermone scribsimus quae vidimus Euprepius et Craton et Perigenes episcopi…".
Nelle recensioni posteriori la storia del martire si fa più ampia, più complicata, con notevoli divergenze che hanno fatto pensare a due personaggi omonimi fusi in uno solo. Di Mamete queste altre recensioni conoscono i genitori Teodoto e Rufina che sono gettati in carcere, dove Rufina partorisce Mamete, morendo qualche giorno dopo, insieme al suo sposo. Mamete viene poi allevato da una ricca vedova di nome Ammia, a ciò spinta dall'apparizione della madre del piccolo, che è chiamato Mamete, perché suole chiamare la nutrice alla latina Mama = mamma…
Morta la nutrice quando Mamete ha circa quindici anni ed è rimasto erede delle sue sostanze, il nuovo governatore di Cesarea, Democrito, succeduto a Fausto, fa arrestare il giovane e lo sottopone a tutta una serie di tormenti. Non riuscendo a vincerne la costanza, lo manda dall'imperatore Aureliano che in quei giorni è ad Ega, città della Cilicia, dal quale è sottoposto a nuovi interrogatori e torture. Un angelo lo libera e gli ordina di rifugiarsi sui monti presso Cesarea. Segue tutta la storia delle bestie mansuefatte, l'arresto da parte del governatore Alessandro, il martirio: il santo ha l'addome squarciato da un tridente. Benché sanguinante, egli riesce a raggiungere una spelonca a due stadi dal teatro e lì, invitato dagli angeli al cielo, muore.
In qualche altra recensione Mamete è invece un monaco che vive fino a tarda età nell'eremo e solo vecchissimo subisce il martirio. In un menelogio slavo-russo citato dal Pinius (in Acta SS., p. 423), Mamete è addirittura un senatore romano!
La data tradizionale del martirio sub Aureliano (m. 275) non è attestata dai padri cappadoci, ma si può ritenere verosimile, anche se sotto questo imperatore non vi fu una persecuzione generale.
A conclusione di questa escursione nelle varie recensioni della passio di Mamete, sarà opportuno ricordare che A. Hadjinicolaou-Marava nel suo recente lavoro avanza la tesi che Mamete non sarebbe altro che una metamorfosi cristiana della gran madre degli dei Cibele, chiamata anche Ma. Il giovane martire, pastore di Cesarea, simbolo della primavera, emulo d'Orfeo e protettore delle bestie, avrebbe ereditato parecchi attributi della dea e del suo amante Men o Attis. Le due feste annuali del santo, quella del 2 settembre e quella della "nuova domenica" (= domenica in albis) avrebbero rimpiazzato le due feste di Ma e di Men in autunno e a primavera. F. Halkin, recensendo l'opera della scrittrice (in Anal. Boll., LXXI [1953], p. 468), giudica questa tesi non priva di suggestione e di osservazioni interessanti, ma sostanzialmente infondata, influenzata più del necessario dalle teorie oggi abbastanza fuori moda dei mitologi Lucius e Usener che scoprivano dappertutto nei santi cristiani i successori degli dei.
Non si può tuttavia negare, come ha anche riconosciuto il Delehaye (in Anal. Boll., p. 126) che la passio riecheggi il mito di Orfeo, raccogliendo e sviluppando un motivo già in voga nel sec. IV, dal momento che il tema delle cerve che si lasciano mungere dal santo è già in san Gregorio Nazianzeno. Del resto la passio di Mamete non è l'unico caso in cui l'agiografia greca abbia utilizzato il mito di Orfeo: un altro caso tipico è la passio di san Zosimo di Anazarbo (BHG, III, p.80, n. 2476; cf. Anal. Boll., LXX [1952], pp.249-61).

Benedetto Cignitti
(estratto dalla Bibliotheca Sanctorum, vol VIII, coll. 595-602)











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