Cenni sulla vita di san Mamete

Mamete: un nome ai nostri giorni senz’altro poco usato, come poco conosciuto è il santo che lo ha portato. Affonda però le sue radici in quella che è la prima parola che ogni uomo, nato alla luce di questo mondo, incomincia a pronunciare: mamma.
Fu infatti la nutrice Ammia a imporre questo nome a Mamete, quando lo raccolse neonato dopo la morte dei suoi genitori, che avevano testimoniato il Vangelo morendo martiri per Cristo. Non sapendo infatti come chiamarlo, usò le stesse parole che il bambino cominciava a balbettare: “mama”. Questo è il nome con il quale è conosciuto tra i cristiani d’Oriente e che si ritrova su innumerevoli iscrizioni affiancate alle sue immagini: san Mama di Cesarea. Presso i latini questo nome si trasformò in Mammes, Mamete o anche Mammante.
L’ambiente in cui Mamete visse fu la Cappadocia, regione centrale dell’odierna Turchia, in un periodo, il terzo secolo, in cui infuriavano le persecuzioni contro i cristiani.
Quando il bambino fu svezzato, venne affidato al vescovo di Cesarea di Cappadocia, Taumasio, il quale lo battezzò e lo istruì nella fede cristiana.
Erano anni in cui essere discepoli di Gesù significava venire considerati fuorilegge e nemici dell’impero di Roma. L’imperatore Aureliano (270-75) riprese la lotta contro il cristianesimo e le sue conseguenze funeste si fecero sentire anche nella lontana città di Cesarea di Cappadocia, dove, morto il vescovo Taumasio, i pagani insorsero e bruciarono la chiesa, facendo strage di cristiani; risparmiarono però Mamete per la sua ancor tenera età.
Desideroso di approfondire la conoscenza di Gesù, egli cercò fra le rovine della chiesa, finché trovò un libro dei vangeli.
Ritiratosi quindi su di un monte nei pressi di Cesarea, si rifugiò in una spelonca, dove viveva del latte del suo gregge, dedito alla preghiera e alla lettura del vangelo.
Di tanto in tanto, ammaestrato dagli insegnamenti evangelici, scendeva in città per distribuire alle vedove, ai piccoli ed ai poveri ciò che gli sopravanzava del suo latte. Questo atto di carità gli costò l’accusa di essere cristiano e venne così trascinato davanti al magistrato imperiale per essere processato. Il processo si concluse con la condanna a morte del giovane, che rimase fermo nel rifiutare il culto degli idoli e incrollabile nella sua fedeltà a Cristo.
Narra la leggenda che, esposto alle fiere nell’anfiteatro di Cesarea, un leone che gli stava costantemente al fianco lo difese dagli assalti delle altre belve, lasciandolo incolume. Il magistrato, visto il prodigio, lo condannò alla lapidazione.
Subito fiorirono sul suo sepolcro numerosi miracoli e i cristiani costruirono in quel luogo una splendida basilica, dove ogni anno con gran concorso di popolo si celebrava la festa del martire. Anche i grandi dottori della Chiesa, san Basilio di Cesarea e san Gregorio di Nazianzo, furono devoti di questo santo e ci hanno tramandato due belle omelie pronunciate in suo onore.
Il calendario ambrosiano segna la sua festa il 18 agosto.











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